Home SaludDaniela Masci: De drogadicta y VIH positivo a operadora social

Daniela Masci: De drogadicta y VIH positivo a operadora social

by Editora de Salud

La spilla con il nastro rosso è ben visibile, perché per Daniela Masci «non è mica una vergogna essere sieropositiva». Lo dichiara apertamente, indossando ogni giorno questo simbolo contro lo stigma, rinnovando il suo impegno per la promozione della prevenzione, in memoria dei tanti amici che ha perso a causa dell’AIDS. La 68enne romana è sopravvissuta a quella che era una condanna a morte, grazie alle cure che hanno impedito la progressione della malattia. Oggi è operatore sociosanitario presso la Fondazione Villa Maraini, una struttura della Croce Rossa Italiana specializzata nella cura delle dipendenze patologiche. «Eseguo i test di screening per Hiv, epatite C e sifilide», racconta, rivelando di aver scoperto di essere sieropositiva nel 1985, mentre era detenuta a Rebibbia per spaccio di stupefacenti. «Avevo condiviso siringhe e avuto rapporti sessuali non protetti».

Dal collegio all’arresto

Daniela Masci da giovane

Daniela ha iniziato a drogarsi in giovane età, dopo un’infanzia senza padre, con una madre assente e trascorsa in un collegio gestito da suore francesi, dove «la retta era alta. Ma mia madre frequentava uomini facoltosi che l’aiutavano». La vita rinchiusa, però, le è sempre sembrata troppo stretta. Era ribelle e desiderava trasgredire. Appena rientrata a casa, a 13 anni, è stata molestata da un amico di famiglia, ma non ne ha parlato, temendo il giudizio degli altri. In quel periodo ha iniziato a fumare canne, per poi provare l’anfetamina e infine l’eroina. «Con lei avevo trovato l’amore, ma le siringhe mi spaventavano. All’inizio non mi bucavo, la tiravo. I miei amici che si drogavano per via endovenosa, perché avevano esaurito le altre vene, mi proteggevano, dicendomi di non iniziare, perché sarei finita come loro. Alla fine, però, sono finita peggio. Vivevo ad Amsterdam. La sera, per non sentire fame e freddo, prendevo anche mezza pasticca di acido. Avevo 17 anni. Dormivo in una “crack house” e lavoravo in una birreria per pagarmi le dosi, ma non mi sono mai prostituita». Fino a quando sua madre, preoccupata, è venuta a prenderla, portando con sé sua sorella Alandra, nata da una relazione violenta: «Mio padre litigava spesso con mia madre e io, per portare pace in casa, ho fatto entrare l’eroina, convincendoli a provarla anche loro. Così, mi davano i soldi per comprarla. Andavo fino in Thailandia per trovare quella più pura e sono diventata una spacciatrice», nascondendosi nei camion per raggiungere i campi di papavero. Poi, è successo il peggio. «Mia sorella è morta in un incidente stradale con mio padre, una tragedia per cui mia madre mi ha sempre incolpata. Mi aveva chiesto di andare a prenderla». Poco dopo, a Roma, è stata arrestata, dopo «uno scalo ad Amsterdam in cui io e la mia amica facevamo avanti e indietro con il bagno, con la valigia piena di materiale per drogarsi. Le telecamere avevano ripreso tutto. Ho avuto una condanna a 6 anni e mezzo di carcere e un periodo di domiciliari».

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La rinascita al servizio degli “invisibili”

Daniela Masci nel camper dell’Unità di Strada di Villa Maraini

«Mentre lottavo contro le crisi di astinenza e la voglia di farla finita, a causa del dolore che mi causava – ma non sapevo vivere senza sostanze – a Rebibbia ho conosciuto Maria Rosaria Sechi, tra i fondatori di Villa Maraini. Faceva i colloqui per accogliere le persone in comunità. È stata lei a mostrarmi una via d’uscita. Mi disse che ce l’avrei fatta e di andare a trovarla quando fossi stata meglio. Allora ho pensato che forse potevo vivere senza la droga, piacere a qualcuno, essere stimata». Durante la detenzione, ha perso sua madre a causa di un’overdose, «per via dell’eroina che le avevo fatto conoscere io. Sono sopravvissuta anche a questo, grazie alla terapia psicologica. E invece di distruggermi, mi sono aggrappata alla vita». Una volta fuori, Daniela ha iniziato a guadagnarsi da vivere facendo le pulizie, per poi essere assunta da una commercialista che, nonostante i suoi errori, le ha continuato a dare fiducia. «Mi emozionavo quando mi mandava in banca a prelevare i soldi, sapendo tutto di me. È stato l’inizio della mia rinascita».

Nel frattempo, con il compagno Pietro, anch’egli sieropositivo, ha avuto l’idea di creare un’Unità di Strada per raggiungere i tossicodipendenti più vulnerabili e intervenire in caso di overdose. È stato nel 1991. «Ricordo l’abbraccio di Sechi e di Massimo Barra, un altro fondatore e un punto di riferimento per me, quando sono andata a parlargliene». Quel giorno le hanno consegnato una stanza, per poter aiutare i sieropositivi a ottenere una pensione di invalidità. Poi, nel 1994, hanno attivato il progetto dedicato agli “invisibili”. «Cerco di recuperare il tempo perso e di restituire il bene che ho ricevuto. Persino il virus non è stato aggressivo con me e risponde alle terapie. L’Hiv, grazie alla scienza, oggi è una malattia cronica. Devo far capire alla gente di vivere, curarsi bene e non perdere la speranza», racconta la donna, accogliendo tutti con un «“Ciao, come stai”? Perché io riesco a vederli, mentre per la società, se ti droghi, non esisti. Sei un peso». Ogni giorno, 700 persone ricevono assistenza dalla struttura, attraverso prestazioni fornite sia in sede che in strada, con 14 servizi attivi 24 ore su 24, nonostante le difficoltà finanziarie. «Le tariffe sono ferme da oltre 25 anni, non sono mai state adeguate e non sono sufficienti a coprire le spese e i costi. Non percepisco lo stipendio da 5 mesi, ma continuo a venire a lavorare». Daniela ha ormai scelto questa strada.

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Ultimo aggiornamento: martedì 10 marzo 2026, 07:23
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