Una ricerca pubblicata su The Lancet conferma che l’ADHD non è ancora pienamente compreso. Parallelamente, un nuovo libro offre una prospettiva innovativa, suggerendo che ansia e depressione potrebbero spesso mascherare la condizione.
Per anni, l’ADHD è stato interpretato come un problema di disciplina, difficoltà di concentrazione e mancanza di autocontrollo. Tuttavia, le neuroscienze stanno proponendo una nuova interpretazione: quella di un cervello che elabora, percepisce e interagisce con il mondo in modo diverso rispetto a ciò che consideriamo “normale”. Non si tratta di un difetto da correggere, ma di una diversa modalità di essere umano.
Questa visione è promossa, tra gli altri, dal neuroscienziato Miguel Toribio-Mateas nel suo libro recentemente pubblicato, Cuerpo y mente. ADHD (Alienta Editorial), che potrebbe cambiare il modo in cui milioni di persone comprendono se stesse. Toribio-Mateas stesso ha ricevuto una diagnosi di ADHD e autismo in età adulta, dopo anni trascorsi senza comprenderne le ragioni.
In un’intervista a Europa Salus, lo scienziato ha spiegato che l’ADHD è un’esperienza che coinvolge sia il corpo che la mente, non una malattia, ma una condizione biochimica differente. Secondo Toribio-Mateas, le persone con ADHD sono naturalmente predisposte al pensiero divergente, ovvero alla capacità di collegare idee inaspettate e generare soluzioni originali. Ciò che può apparire come distrazione è spesso un sistema nervoso che opera secondo logiche più complesse di quanto si possa pensare, e che in determinate circostanze può rivelarsi un vantaggio.
Lo scienziato critica il linguaggio utilizzato nella letteratura accademica sull’ADHD, che spesso continua a definirlo una malattia. “Una persona con ADHD non è malata”, sottolinea. Questa prospettiva ha delle conseguenze: la ricerca pubblicata su The Lancet evidenzia come l’ADHD sia sistematicamente sottovalutato in almeno cinque paesi, tra cui Germania, Regno Unito e Spagna. Molte persone coinvolte, prima di ricevere una diagnosi corretta, sono state curate per ansia o depressione, condizioni spesso causate da anni trascorsi cercando di adattarsi a un mondo non progettato per il loro modo di funzionare. “L’ansia, la depressione e l’esaurimento non derivano dall’ADHD stesso”, spiega Toribio-Mateas, “ma dallo sbilanciamento tra ciò che l’ambiente si aspetta da noi e ciò di cui abbiamo realmente bisogno”.
Ma come funziona esattamente un cervello con ADHD? Durante l’infanzia, la corteccia prefrontale – responsabile della pianificazione, della memoria di lavoro e del processo decisionale – matura più lentamente del solito. Si tratta di un ritardo, non di un danno strutturale. Nell’età adulta, le differenze anatomiche tendono a ridursi, mentre cambia il modo in cui le reti cerebrali interagiscono tra loro: il sistema limbico risulta più attivo, mentre il sistema della dopamina opera con picchi che possono ricordare, per intensità, l’effetto di sostanze stimolanti come la caffeina.
Questo, secondo lo scienziato, potrebbe spiegare perché alcune persone con ADHD manifestano comportamenti di dipendenza, non necessariamente legati a sostanze, ma anche ad altre attività. “A volte, le persone con ADHD si dedicano con tanta passione a qualcosa da immergersi completamente, concentrandosi esclusivamente su quella cosa, mentre il resto del mondo scompare. È semplicemente un’altra manifestazione di quella stessa funzione cerebrale che può causare problemi nella vita quotidiana.”
