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Medicina Estética: Excesos, Filtros y el Dilema del “No” Médico

by Editora de Salud

Sassari – C’è un momento, scorrendo i social media, in cui ci si accorge di non osservare più volti reali, ma modelli ripetitivi e replicabili. Zigomi pronunciati, labbra eccessivamente rimpolpate e mascelle scolpite sfidano l’anatomia. Non sono persone, ma format creati per catturare l’attenzione e fermare lo scorrimento infinito. In questo scenario di eccessi, la medicina estetica è diventata un campo di battaglia per la conquista di “like” e visualizzazioni, sostituendo l’esperienza clinica con la ricerca di approvazione online. L’algoritmo detta i canoni di bellezza e il paziente si riduce a semplice contenuto.

A questo proposito, è possibile leggere le storie di pazienti che hanno subito conseguenze gravi a seguito di trattamenti di medicina estetica.

Astrid Chessa, medico estetico, docente universitaria e professionista sassarese con quasi trent’anni di esperienza, ha assistito alla trasformazione della medicina estetica da pratica curativa a spettacolo, osservando l’impatto dei social media su questo settore. Ha creato il blog “Oltre il filtro” dove denuncia senza mezzi termini l’ascesa dei “medici influencer”, la dismorfofobia alimentata dai social e i professionisti che sfruttano le fragilità emotive dei pazienti. Chessa rivendica un principio fondamentale: dire no è un atto medico ed etico.

Partiamo da una domanda fondamentale: oggi la medicina estetica cura o vende?

«Dipende da chi la pratica, ma è doveroso ammettere che una parte significativa del settore vende oggi soluzioni rapide a disagi profondi. Quando la medicina rinuncia alla riflessione critica e si limita a soddisfare le richieste, diventa pericolosa.»

Pericolosa per chi, in particolare?

«Per i pazienti vulnerabili, per coloro che non si riconoscono più allo specchio, per chi insegue costantemente la perfezione del proprio avatar sui social media, immerso in un’estetica filtrata e irraggiungibile. In questi casi, il medico dovrebbe fermarsi, ma spesso accelera.»

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È in questo contesto che entra in gioco la dismorfofobia?

«Esattamente. E non si tratta di semplice vanità. La dismorfofobia è un disturbo serio che, purtroppo, viene spesso ignorato o addirittura sfruttato. I pazienti dismorfofobici sono spesso insoddisfatti e tornano continuamente alla ricerca di ulteriori trattamenti. Un medico etico saprebbe fermarsi, mentre chi è interessato solo al profitto li considera una fonte di guadagno costante, portando a trattamenti eccessivi e, spesso, a volti deformati.»

Quanto incidono i social media in questo meccanismo?

«In modo devastante. Un paziente dismorfofobico non accetta se stesso e cerca modelli di perfezione su Instagram. L’algoritmo, a sua volta, lo bombarda con contenuti simili, alimentando un senso di inadeguatezza e spingendolo a desiderare un’immagine irrealistica. Non chiede più di stare meglio, ma di assomigliare a un’illusione.»

Le capita di incontrare pazienti che cercano di emulare la propria versione filtrata?

«Costantemente. Arrivano con foto salvate, screenshot e reel, a volte persino con il proprio volto filtrato come modello. Quell’immagine diventa il loro obiettivo e il medico deve smontare un’identità che, per loro, è ormai reale. È un lavoro complesso, che richiede tempo e ascolto, e che molti professionisti evitano.»

Si trova spesso a dire no ai pazienti?

«Sì, spesso. Ci sono pazienti con cui parlo soltanto, ascoltandoli e poi invitandoli ad andare via, senza alcun costo. Perché non hanno bisogno di un trattamento, ma di essere ascoltati. Questo è il vero significato di fare medicina. Purtroppo, molte sale d’attesa sono diventate catene di montaggio.»

In che senso?

«Visite rapidissime, nessuna attenzione all’ascolto e trattamenti eseguiti in serie, spesso non dal medico stesso, ma da assistenti senza una formazione adeguata. Questo non è curare, ma fare business.»

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C’è molta improvvisazione nel settore?

«Oggi chiunque può iniettare sostanze, basta un corso di poche ore per sentirsi “medico estetico”. Infermieri, estetiste e persone senza una vera preparazione clinica praticano iniezioni. È una deriva gravissima.»

Quali sono le conseguenze di questa situazione?

«Le vedo ogni giorno. Pazienti che arrivano da me per correggere i danni causati da mani inesperte: occlusioni vascolari, asimmetrie, volumi errati, volti stravolti. Spesso, chi ha causato il danno non si preoccupa nemmeno di rivedere il paziente.»

Nonostante tutto, la medicina estetica dovrebbe migliorare il benessere delle persone.

«Certamente. Se praticata correttamente, la medicina estetica può aiutare a sentirsi meglio con se stessi. Ma per operare in modo etico, a volte è necessario rinunciare a guadagni facili e immediati.»

Perché?

«Perché il tempo dedicato all’ascolto non genera “engagement”. Il “no” non attira l’attenzione. L’eccesso, invece, sì. I social media premiano ciò che colpisce e il medico che si trasforma in vetrina entra in un circolo vizioso: più mostra, più piace; più piace, più deve mostrare.»

Chi è il “medico-vetrina”?

«È il professionista che vive per il contenuto. Selfie in camice, storie quotidiane come mini-reality, trattamenti trasformati in spettacolo. Immagini “prima e dopo” spesso ritoccate. Il problema è che, pur essendo sempre presente online, spesso è assente nella relazione clinica.»

Qual è il ruolo del paziente in questo schema?

«Diventa un contenuto, uno sfondo, una storia da condividere. Ma il paziente è una persona vulnerabile che affida al medico il proprio corpo e la propria immagine. Trasformarlo in materiale da “engagement” è una grave violazione del rapporto di fiducia.»

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Parliamo degli eccessi che oggi attirano l’attenzione.

«I trend del momento sono ben definiti e molto richiesti: la “mandibolona” alla Ridge Forrester, le labbra esagerate. Io non li pratico, dico no, perché non mi piacciono. Ognuno ha i pazienti che si merita.» Cosa vede nei volti eccessivamente modificati?

«Vedo volumi innaturali, zigomi che chiudono gli occhi, labbra sproporzionate e profili distorti. Sembrano pesci. E poi vedo colleghe che si sono trasformate in avatar. Ma se tu sei un avatar, come puoi non avere pazienti avatar? Sei il biglietto da visita del tuo lavoro e i tuoi pazienti sono il tuo riflesso.»

Lei, invece, si concentra sulla naturalezza.

«Sì. Amo la medicina rigenerativa. Utilizzo il grasso, le cellule staminali e stimolo la produzione di collagene. Il corpo è già predisposto a rigenerarsi, il nostro compito è accompagnare questo processo, non forzarlo. Riequilibrare le simmetrie, migliorare la qualità della pelle, eliminare le macchie. Un labbro sottile può essere leggermente rimpolpato, ammorbidendo i tratti. Questo sì. Ma cambiare radicalmente i connotati di una persona non le dà sicurezza, spesso gliela toglie. Per me, dire no significa proteggere, riconoscere che non tutte le richieste sono giustificate. La frase “me lo chiede il paziente” è solo una scusa morale.»

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