Riesgo climático y crédito empresarial: Estudio Banca de Italia

by Editora de Negocio

Un recente studio della Banca d’Italia analizza l’impatto dell’esposizione ai rischi fisici derivanti dal cambiamento climatico sulla probabilità di insolvenza delle imprese italiane non finanziarie, sottolineando l’importanza della copertura assicurativa.

La ricerca, intitolata “Rischio idrogeologico e rischio di credito: la probabilità di insolvenza delle imprese italiane corretta per il rischio fisico”, pubblicata nella collana “Mercati, infrastrutture, sistemi di pagamento”, è stata condotta da Cugliari, Narizzano e Vassalli. Lo studio esamina come alluvioni e frane influenzino la probabilità di default a un anno delle imprese del settore non finanziario.

L’Italia rappresenta un caso di studio particolarmente rilevante: il 93,9% dei comuni è esposto a rischio idrogeologico. Oltre 84.000 unità produttive e 220.000 lavoratori operano in aree con elevata o molto elevata pericolosità per frane, mentre più di 640.000 lavoratori (il 13,4% del totale) sono esposti a scenari di piena di media intensità.

Gli autori si sono concentrati sui rischi fisici legati al cambiamento climatico – in particolare alluvioni e frane – che possono causare danni agli asset materiali, interrompere la produzione, ridurre ricavi e occupazione e compromettere l’accesso al credito. La domanda centrale è valutare come questi rischi si traducano, attualmente, in un aumento effettivo della probabilità di insolvenza delle imprese e quali implicazioni ne derivino per la stabilità finanziaria e per le garanzie utilizzate nelle operazioni di politica monetaria dell’Eurosistema.

Lo studio ha integrato tre set di dati: le mappe di pericolosità idrogeologica di ISPRA (relative ad alluvioni e frane), le informazioni geografiche sulle sedi e le unità locali delle imprese fornite da Infocamere, e il database economico-finanziario delle imprese non finanziarie valutate tramite il modello S‑ICAS della Banca d’Italia. Sono state georeferenziate circa 745.000 unità locali appartenenti a quasi 367.000 imprese, con 7,2 milioni di dipendenti, coprendo un ampio campione di società di capitali con esposizioni verso il sistema bancario.

La metodologia utilizzata prevede tre fasi:

  1. Assegnazione a ciascuna unità locale di un livello di rischio alluvione e frana, basato sulle mappe ISPRA, trasformando i tempi di ritorno in probabilità annuali di accadimento.
  2. Costruzione per ogni impresa di un indicatore discreto di esposizione (da 0 a 3) al rischio di alluvione, frana e rischio idrogeologico complessivo, ponderando le diverse sedi in base al numero di dipendenti e al ruolo operativo (magazzini, impianti, punti vendita, uffici).
  3. Ricalcolo di un bilancio “aggiustato per rischio fisico”, riscrivendo conto economico e stato patrimoniale in scenari di evento, stimando le perdite attese su ricavi, costi, immobilizzazioni materiali e magazzino, e inserendo questi dati nel modello S‑ICAS per ottenere una nuova probabilità di default (PD) corretta per il rischio idrogeologico.
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Questo approccio consente di quantificare l’impatto di un evento estremo “atteso” – ponderato per probabilità – sull’equilibrio economico-finanziario delle imprese, andando oltre una semplice mappatura dell’esposizione fisica. È stato inoltre dimostrato che considerare solo la sede legale può portare a errori nella classificazione del rischio per circa il 9% delle imprese (percentuale che sale al 23% escludendo le imprese con una sola unità, coincidente con la sede legale), evidenziando l’importanza di mappare tutte le unità locali.

Quante imprese sono esposte e dove il rischio è più elevato?

Dall’analisi combinata delle mappe ISPRA e della struttura territoriale delle imprese emerge che il 38% delle imprese non finanziarie italiane è esposto a qualche forma di rischio idrogeologico, con un peso maggiore delle alluvioni rispetto alle frane. Circa un terzo delle imprese è interessato dal rischio di piena, mentre l’8% è vulnerabile a frane. In termini di unità locali, quasi il 30% degli immobili produttivi si trova in aree a pericolosità da bassa a elevata per alluvioni e circa l’8% in zone a rischio frana.

Il rischio è fortemente variabile sul territorio: Emilia-Romagna e Toscana presentano il maggior numero di unità locali e dipendenti esposti al rischio di piena, con punte in Emilia-Romagna dove quasi il 55% delle unità e il 60% degli occupati si trovano in aree a rischio alluvione. Liguria e Calabria mostrano la percentuale più alta di unità locali in classi di rischio frana massime (P4), mentre, per le frane, in termini relativi di occupati esposti, spiccano Valle d’Aosta (quasi il 40% dei dipendenti) insieme a Toscana, Lombardia e Campania.

Effetto sul merito di credito: limitato in media, significativo nei casi estremi

Dopo aver “stressato” bilanci e conti economici per incorporare le perdite attese da eventi idrogeologici, gli autori hanno ricalcolato la probabilità di default a un anno attraverso S‑ICAS, il modello statistico interno della Banca d’Italia utilizzato nell’Eurosystem Credit Assessment Framework. Il risultato principale è che, in media, l’esposizione al rischio idrogeologico comporta un aumento limitato della PD: circa il 38% delle imprese sperimenta un lieve deterioramento del proprio profilo di credito, ma solo lo 0,43% migra effettivamente a una classe di rischio peggiore nella scala di qualità creditizia dell’Eurosistema.

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Tuttavia, l’impatto non è uniforme: le imprese situate in aree a rischio elevato subiscono incrementi di PD significativamente più marcati. I settori più colpiti sono agricoltura, trasporto e magazzinaggio, alloggio e ristorazione, che combinano un’elevata intensità di asset fisici, localizzazioni in aree vulnerabili e una maggiore esposizione a interruzioni operative. Dal punto di vista territoriale, le imprese liguri mostrano in media il peggior deterioramento di PD, seguite da quelle della Valle d’Aosta e della Calabria, confermando la concentrazione dei rischi fisici in specifiche regioni.

Poiché S‑ICAS è uno degli strumenti utilizzati dall’Eurosistema per valutare la qualità del credito a garanzia delle operazioni di rifinanziamento, gli autori hanno stimato anche l’effetto del rischio idrogeologico sul valore del collaterale. L’analisi suggerisce che, nelle condizioni attuali, l’impatto complessivo sul merito di credito delle imprese è economicamente contenuto e non genera, in media, vincoli rilevanti alla capacità di rifinanziamento delle banche italiane.

Tuttavia, simulando scenari con una frequenza di eventi estremi più elevata – coerente con l’intensificazione recente di alluvioni e frane in Italia – l’aumento della PD nelle aree più rischiose può arrivare a raddoppiare o triplicare rispetto allo scenario “storico”, con incrementi medi di 32 punti base per le imprese nella classe di rischio più alta. In altre parole, i risultati devono essere interpretati come una fotografia della situazione attuale, tenendo conto che il cambiamento climatico tende a spingere verso scenari peggiori.

Il ruolo dell’assicurazione come mitigatore di rischio

Lo studio valuta anche l’effetto della copertura assicurativa contro i rischi naturali. Utilizzando un campione derivato da un’indagine della Banca d’Italia del 2024 sulle imprese, gli autori dimostrano che, per le imprese assicurate, l’aumento della PD dovuto al rischio idrogeologico si dimezza in media rispetto alle imprese non assicurate.

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Questo risultato è particolarmente significativo considerando che, nella pratica, le banche tendono a non differenziare pienamente tra imprese assicurate e non nel pricing del credito, pur riconoscendo il ruolo sistemico dell’assicurazione contro i rischi climatici ai fini della stabilità finanziaria.

Gli autori sottolineano i limiti metodologici e informativi dell’analisi, a partire dalla dipendenza dalle mappe ISPRA, basate su osservazioni storiche fino al 2021 e soggette alle incertezze tipiche della modellistica idrogeologica. L’assenza di dati completi su profondità e velocità delle acque di piena, così come le possibili sottostime o sovrastime di pericolosità in alcune aree (ad esempio in Sicilia e Calabria per le frane), suggeriscono cautela nell’interpretazione dei risultati. Nonostante queste criticità, il lavoro rappresenta un importante passo avanti verso la piena integrazione dei rischi fisici climatici nei modelli di rischio di credito, sia a livello di singola impresa che nel quadro dei collateral framework delle banche centrali.

Per le imprese, il messaggio è duplice: da un lato, la rilevanza del rischio idrogeologico resta, in media, gestibile nel breve termine. dall’altro, la concentrazione dei rischi in specifiche aree e settori, unita alla tendenza all’aumento della frequenza degli eventi estremi, rende cruciale investire in prevenzione, localizzazione consapevole degli asset, coperture assicurative adeguate e un dialogo più strutturato con il sistema bancario sulla dimensione climatica del merito di credito.

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